il mio pensiero


Durante il mio percorso sono rimasto affascinato da molte correnti artistiche, queste hanno lasciato dentro di me delle impronte, dei solchi, che ricombinandosi tra loro hanno dato vita al mio personale modo di vedere l’arte.
Il mio interesse è sempre stato rivolto agli aspetti più arcaici e primitivi dell’uomo e alle conseguenti declinazioni artistiche siano esse rintracciabili nelle caverne del paleolitico o visibili nell’architettura paleocristiana e medievale. Le impressioni che ho ricevuto nelle grotte di Matera, nel suo impianto urbanistico, come nel crudo paesaggio nuragico della Sardegna, nei muri a secco che scandiscono le terre più assolate d’Italia, della Sicilia e della Puglia, sono ormai impresse in modo indelebile nella mia coscienza.
Le suggestioni più classiche, quelle legate alle antiche civiltà del Mediterraneo e alla loro riscoperta durante il Rinascimento, che hanno concepito e regolato la nostra vita sociale ed estetica, nei miei lavori, hanno solo la funzione di mitigare la forza espressiva delle componenti primordiali. È per questo motivo che molte delle mie opere misurano un metro per un metro, come a cercare un contenitore razionale per questo peso espressionistico.
In molti lavori ho avvertito l’esigenza di prelevare dei campioni di realtà, in modo particolare nel caso di “Rocce”. In queste opere il mio obiettivo è stato quello di trovare una coincidenza fra la realtà e le forme astratte, coincidenza mi è apparsa piuttosto evidente nei muri a secco, nel letto dei ruscelli e dei fiumi, nelle cave di pietra e nella terra arata.
Il mio pensiero è stato quello di ricercare l’equilibrio nella brutalità della natura, senza cadere nell’equivoco del pittoresco o dell’artigianato. In questo senso, non ho riprodotto una porzione di realtà in tutti i suoi dettagli, le opere sono pensate per individuare quelle porzioni che più si avvicinano alle forme assolute e, per così dire, pure, dell’arte astratta o di quella informale. Quelle forme che non avendo forma sono aperte alle possibilità. Si è trattato di mantenere la materia nel suo stato originario, senza che la mano dell’uomo potesse intaccarla o inciderla. Quel gesto così semplice da parte dell’uomo antico di prendere dei massi e di appoggiarli l’uno sopra l’altro, lasciando che si creasse un equilibrio naturale dovuto alla gravità reca in sé un messaggio potente a mio avviso: non modificare la natura a propria immagine e somiglianza, sfozandosi, in ottica michelangiolesca, di vedere e liberare il soggetto, l’uomo, dal blocco di marmo. Come già specificato, non era mia intenzione giungere alla pura imitazione che potrebbe risultare pittoresca, ma di rendere “pop” o “iconica” una porzione di realtà complessa e caotica. Ho cercato di escludere i dettagli, per questo il mio gesto lo associo a quello arcaico del sovrapporre massi, che è il minimo gesto umano per creare qualcosa. A tal fine ho cercato di operare esattamente come un pastore sardo o siciliano, intervenendo il meno possibile sulla realtà, adagiando un sasso sull’altro.

Ho scelto di non adoperare pietre vere per diverse ragioni, alcune ovvie altre più direttamente correlate alla mia poetica. La ragione più ovvia è che il peso risulterebbe eccessivo per le dimensioni di alcuni quadri e difficilmente trasportabili, senza contare il danno ecologico. Quella meno ovvia è che la mia necessità è comunque quella di dipingere queste forme in modo da conferire alle “pietre” quell’aura surreale e definitiva, assoluta, che solo la pittura può trasmettere nel momento in cui la realtà viene trasferita su una superficie.

Nella loro inderminatezza queste pietre mi appaiono come cellule di un organismo, o costituiscono l’organismo stesso. In alcune occasioni, indipendentemente dal colore generale dell’opera, quei sassi mi si presentano come muscoli, spalle, polpacci, bicipiti, come se dentro quelle pietre fossero incastrati, o meglio abbracciati, degli esseri umani. A questo proposito, mi torna sempre in mente il film “Deserto Rosso” di Michelangelo Antonioni, nell’episodio della favola dell’Isola di Budelli, in cui le rocce dell’isola sarda vengono descritte come antropomorfe, dotate di una propria voce e quasi una sensibilità umana.

Sono sempre stato ammaliato dagli scogli, affusolati come braccia o porosi come l’interno di un osso, lucidi e riflettenti come corpi che escono dall’acqua o ruvidi come quando la pelle è disidratata. Quell’effetto come di pelle bagnata sugli scogli della Sardegna, lingue ocra, rosate o grigie che si allungano dentro il mare; questa pelle che si illumina e splende per effetto della luce che vi si riflette quando le onde da esse si ritraggono. Ma sono anche le innumerevoli masse disperse nello spazio, i pianeti erranti, la forza di gravità che aggrega o genera scontri e ancora fusioni più o meno dinamiche. sono le lande desolate di marte, i reperti che tornano sulla terra, la luna e tutti i pianeti che ancora non hanno un nome.

In alcune opere i materiali sembrano contaminarsi, pietre, legno, ferro, argento, oro, rame sono fusi fra loro come a cercare una sintesi fra tutti gli elementi della tabella di Mendeleev. In altre si possono individuare tagli precisi, netti, che sembrano suggerire l’intervento dell’uomo. Questi tagli artificiali li associo ai miei tentativi, in quanto essere umano, di controllare la realtà e la natura. Essi però alcune volte vengono come cicatrizzati dalla materia stessa, altre volte è la mia coscienza che mi impedisce di procedere e rimangono solamente dei tratti che avverto come ferite dolorose nella materia.